Se andassimo a Padova e sentissimo parlare del “Santo”, non avremmo bisogno di chiedere ulteriori spiegazioni ai padovani perché ci si può riferire solo ad una persona con questo appellativo: sant’Antonio. Un uomo che ha segnato profondamente la storia nell’arco di una vita breve (morì a 36 anni) ma intensa e culminata con una canonizzazione a tempi di record visto che Gregorio IX lo nominò santo dopo nemmeno un anno dalla sua morte. E oggi la Chiesa lo commemora, con grande partecipazione popolare.

Ragazzi, siamo nel pieno della sessione d’esame, una sessione straordinaria per la modalità con la quale stiamo sostenendo gli esami. Eppure, di fronte alla spaventosa pila di libri sulla nostra scrivania, l’esempio di Antonio potrebbe svoltarci la vita. Si, lo so che sembra un accostamento surreale ma se rileggiamo le pagine della vita di Antonio, potremo scoprire alcune cose sorprendenti. Fernando di Buglione, questo era il suo vero nome, nasce a Lisbona nel 1195 da una famiglia nobile e, cresciuto in un ambiente molto cattolico, a 15 anni matura l’idea di consacrare la sua vita a Dio, entrando nel convento degli agostiniani a Lisbona. Antonio era spinto dal desiderio di dare il meglio di sé stesso per rendere gloria a Dio dal quale aveva ricevuto i suoi talenti. Quindi inizia a studiare, tanto, tantissimo… e sicuramente avrà avuto dei momenti di scoramento come noi in questi giorni! Qualche anno più tardi capisce che lo studio sia importante ma che vuole fare qualcosa di concreto, mettersi al servizio degli altri. E tutto parte da un incontro. Giungono in Portogallo cinque frati francescani, partiti da Assisi ed intenzionati a raggiungere il Marocco per evangelizzare. Antonio resta affascinato dalla loro scelta di vita radicale e votata alla totale povertà e matura l’idea di abbracciare l’ordine dei Frati Minori, fondato pochi anni prima da Francesco d’Assisi. 

Ma la spinta decisiva di Antonio avviene quando fanno ritorno in Portogallo i corpi martirizzati dei cinque francescani. Antonio capisce che vuole morire anche lui per la fede e prende la ferma decisione di andare in Marocco per portare il Vangelo, sebbene fallì a causa di una malattia che lo costrinse a tornare in patria. Durante il viaggio, la nave sulla quale viaggia naufraga sulle coste di Messina dove viene soccorso da alcuni frati francescani del posto che lo mettono a conoscenza del famoso “Capitolo delle stuoie”, l’assemblea generale indetta da Francesco ad Assisi nel 1220 e a cui avrebbero partecipato tutti i membri dell’ordine (circa 3000). Antonio vi parteciperà e conoscerà per la prima volta Francesco. All’inizio il rapporto tra i due fu tutt’altro che facile, anzi il “Poverello d’Assisi” guardava con diffidenza il giovane frate portoghese perché celebre per i suoi studi teologici e per la sua dialettica, aspetti in contrasto con la ricerca della povertà e dell’umiltà alla base della sua Regola.

Eppure le qualità accademiche di Antonio furono così brillanti che nel 1224 Francesco gli inviò un “biglietto” contenente parole di venerazione e di stima, autorizzandolo ad insegnare teologia ai frati ma raccomandandosi che ciò non mettesse in secondo piano la preghiera. Quindi Antonio divenne il “primo” teologo francescano. Alla luce di tutta la sua storia, qualcuno di voi si starà chiedendo ancora perché Antonio di Padova sia un modello per noi. La verità è che la storia di Antonio ci dimostra che, come studenti, stiamo dando il massimo per specializzarci nel nostro ambito di ricerca e, sebbene alcuni dubitino che tutto quello che studiamo ci serva davvero in futuro, Antonio chiarisce che, per citare san Paolo, “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. I trascorsi agostiniani di Antonio gli resero possibile l’insegnamento tra i francescani. Senza quegli studi, non avrebbe mai potuto essere fondamentale come in realtà fu nella formazione di molti frati e per il sostegno a molti fedeli, fino ai giorni nostri. Forse noi oggi non vediamo cosa ci prospetta il futuro ma sono certo che ognuno di noi potrà mettere a frutto ogni singola pagina studiata, ogni singolo libro letto, ogni singola passione coltivata. Perché prima o poi arriverà un “san Francesco” della situazione che ci chiederà di metterci al servizio degli altri con professionalità e amore.

Emanuele Di Nardo