“Questo è un Paese senza memoria, dove l’unica cosa da fare è cercare di non morire perché chi muore (fatte salve la solita mezza dozzina di sacre mummie: Dante, Petrarca, eccetera, che nessuno legge) è morto per sempre. È un Paese senza passato, il nostro, che non accumula né ricorda nulla. Ogni generazione non solo seppellisce quella precedente, ma la cancella”

Sapete a chi si deve la paternità di questa riflessione? Al giornalista Indro Mont anelli. Esattamente lo stesso Montanelli la cui statua commemorativa eretta a Milano è stata imbrattata nei giorni scorsi. Un gesto così forte è stato il frutto dello tsunami di proteste originato dal violento terremoto mediatico registrato negli Stati Uniti in seguito all’efferato assassinio di George Floyd. Sebbene non ci troviamo sulla cosiddetta “faglia di San Andreas” in California, la “scossa” ha risvegliato l’inquietudine di milioni di afroamericani ancora oggi discriminati che, per questo motivo, sono scesi ferocemente in piazza mostrando al mondo intero quanto il progresso e la medicina non siano ancora riusciti a debellare un germe pericoloso: il razzismo. 

Nell’ultima puntata del “Newman on Air” si è dibattuto molto sul senso profondo del razzismo e sulla necessità di abbattere questi muri invisibili che continuano a tormentare la convivenza umana. Ma è tutto qui? Oppure la protesta sta prendendo una piega decisamente pericolosa? Per farvi capire, citiamo poche righe introduttive di un articolo uscito domenica su “Milano Finanza.it”:

“Una peste ben peggiore del Covid-19 si sta abbattendo sul mondo. Una peste che stavolta non arriva dalla Cina ma dagli Stati Uniti ed è ben più contagiosa e difficile da curare. Si tratta di una peste di tipo culturale, che attacca i neuroni e, nei casi più gravi, scatena comportamenti violenti. E’ la peste del politicamente corretto, che spinge ad abbattere le statue di Cristoforo Colombo, non più uomo di grande coraggio, scopritore di nuove terre, bensì bieco colonizzatore schiavista, proprio come Winston Churchill. Ultima in ordine di tempo, la statua imbrattata di Indro Montanelli a Milano”.

La violenza iconoclasta che sta impazzando risveglia in noi timori antichi che abbiamo appreso dalla storia: la furia cieca di un’ideologia può distruggere troppo facilmente i pilastri della nostra cultura se non vi si pone un freno. Si, perché adesso si decapita la statua di Colombo o s’imbratta quella di Montanelli. Ma allora cosa dovremmo farne del Colosseo, simbolo per antonomasia delle discriminazioni razziali visto che al suo interno vi persero la vita migliaia di schiavi o cristiani, per il semplice gusto del sangue? O cosa ne faremmo del Partenone di Atene visto che il mondo greco tendeva a discriminare quelli che oggi chiameremmo “cittadini italiani di seconda generazione” (per essere cittadino ed avere una serie di diritti occorreva avere il sangue “puro” da parte di entrambi i genitori)? Dove saremmo oggi se alcune pietre miliari della letteratura mondiale non fossero scampate al rogo o alla distruzione? 

Il rischio più grande che potrebbe presentarsi oggi, alla luce anche del progresso tecnologico, è quello di sapere tutto ma di non comprendere niente. La storia non è semplicemente un insieme di date che ci toglievano il sonno la notte prima dell’interrogazione a scuola, bensì è lo strumento più forte di cui disponiamo per costruire il nostro futuro. Ma non si può analizzare un fatto storico senza contestualizzarlo nell’epoca in cui è avvenuto. Altrimenti sarebbe una catastrofe! La storia dell’uomo è passata anche attraverso pagine deprecabili, fatte di omicidi, guerre sanguinose, violenze, frodi. Ma quel passato non si cancella abbattendone i ricordi: la scelta migliore è studiarlo e superarlo, evitando che possa ripresentarsi. Lasciamo lì le statue di Colombo o Churchill. Lasciamo al mondo la possibilità di ricordare le loro storie, non con l’intento apologetico ma con la prospettiva che, attraverso il loro esempio, comunque possiamo creare un mondo migliore.

Emanuele Di Nardo